La Mary Poppins della Fotografia: Vivian Maier - Tata di mestiere, fotografa per vocazione.
 
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La Mary Poppins della Fotografia: Vivian Maier

Tata di mestiere, fotografa per vocazione.

Chi ha sentito parlare di Vivian Maier, la fotografa americana dall’occhio esatto? Beh io non avevo idea di chi fosse. Avendone sentito parlare però come di “un mistero della fotografia” mi sono concessa del tempo per soddisfare la mia curiosità.

E’ una storia di viaggi e passioni, ma anche di domande e dubbi irrisolti. Dalle poche informazioni oggi pervenuteci sappiamo che Vivian Maier nacque a New York nei primi di febbraio del 1926. Trascorse la giovinezza nella allora desolata periferia, per poi stabilirsi in età adulta nella confusionaria Chicago dove lavorò per un lungo periodo come tata presso famiglie abbienti. Sono stati infatti i figli di queste famiglie a raccontare la sua vita privata. Vivian era maniacalmente riservata e un po’ misteriosa. Non c’è traccia, infatti, di una sua vita sentimentale e non pare avesse amici: era solitaria e indipendente. A chiunque la conosceva non è sfuggita la sua passione per la fotografia: sempre in giro con la sua Rolleiflex al collo. La fotografia la spingerà ad un viaggio intorno al mondo nel 1960.

Sappiamo anche che era una vera e propria accumulatrice seriale: era come se volesse collezionare il mondo. Affittò quindi un box, sorta di garage comune in America in cui viene accatastata qualunque tipo di cianfrusaglia. Quando Vivian non ebbe più disponibilità economica per l’affitto il box andò all’asta insieme a tutto il suo contenuto. E’ un po’ una forma sofisticata di gioco d’azzardo: gli acquirenti arrivano, danno un’occhiata da fuori e, se qualcosa li ispira, si portano via tutto per un pugno di dollari. Nel 2007 l’agente immobiliare Maloof  ‘vinse’ il box di Vivian andandosene con un mucchio di scatoloni, all’oscuro del loro potenziale contenuto. Trovò infatti al loro interno una marea di foto stampate e negativi non sviluppati. Sommando si arrivava a più di centomila scatti. Dopo averli sviluppati e osservati attentamente si disse che o lui era pazzo o aveva davanti uno dei più grandi fotografi del Novecento. Alla ricerca di questa misteriosa Vivian Maier, di cui non sapeva nulla, trovò nel 2009 il nome riportato negli annunci mortuari di un giornale di Chicago. Tata Maier si era spenta in silenzio senza sapere che sarebbe diventata uno dei miti della fotografia. Maloof, non volendo condannare quel talento al dimenticatoio, decise di continuare la sua opera di pubblicazione.

Antesignana dell’odierna ‘street photography’, nella sua raccolta di 150.000 negativi (di cui solo 3.000 sviluppati), Vivian annovera alcuni suoi autoritratti insieme a scene di vita cittadina. Sono tutte foto rubate per strada: per lo più gente, ma anche simmetrie urbane, cortili, muri, angoli. La sua particolarità però, che ancora oggi la rende famosa, è l’utilizzo di specchi, vetrine o superfici riflettenti usate per inquadrare i suoi soggetti e per scattare autoritratti. Ogni volta tutto perfetto: la luce, l’inquadratura, la profondità. E, sempre, una specie di equilibrio, di armonia, di esattezza finale. Uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorre davanti agli occhi per strada, dalla città e dai suoi abitanti, sempre in momenti storici di trasformazione sociale e culturale. Seppur scattate decenni fa, le fotografie di Vivian continuano a comunicare come se fossero attuali.

Nella sua Rolleiflex aveva dodici colpi per ogni rullino, ma lei ne usava uno solo; che era già preciso e definitivo; le era estranea l’idea che nella ripetizione si potesse migliorare, come siamo abituai a pensare con il digitale. Si vede lontano un miglio che adorava il mondo e l’irripetibilità di ogni frammento. Ambiva a produrre l’eternità.

In merito alla sua vita sono state scritte biografie e prodotti documentari, alcuni anche usciti in questi ultimi anni (‘Alla ricerca di Vivian Maier’, 2013). Dopo esser diventata un po’ l’emblema della street photogrphy , molti critici si chiedono se alla misteriosa Vivian sarebbe piaciuta tutta questa popolarità. In fondo, questo non era lo scopo della sua fotografia. Ed è lei stessa a confermarlo in un’audiocassetta ritrovata, nella quale afferma: “Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”. Per questo, non mostrava il suo lavoro a nessuno, perché quel lavoro rappresentava il suo mondo più intimo, quell’interiorità che l’aveva strappata dall’ordinaria vita di una ragazza americana, portandola a sposare la sua passione.

Martina Cerulli

di Redazione I.I.S. Bafile-Muzi


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