L’Aquila nove anni dopo. Intervistiamo Angelo De Nicola - Riflettiamo con una figura significativa della città su L’Aquila a 9 anni dal sisma
 
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    I.I.S. Bafile-Muzi Attualità 05/04/2018 05/04

    L’Aquila nove anni dopo. Intervistiamo Angelo De Nicola

    Riflettiamo con una figura significativa della città su L’Aquila a 9 anni dal sisma

    Angelo De Nicola, responsabile della Redazione di L’Aquila de Il Messaggero, è una delle personalità rappresentative della nostra città, sia per la sua professione di giornalista che per il suo coinvolgimento nell’ambiente associativo e culturale. In occasione del nono anniversario del sisma del 6 aprile 2009 gli abbiamo rivolto alcune domande per parlare del suo legame con la città e comprendere quale sia l’effettiva situazione della ricostruzione, dal punto di vista materiale e sociale.

    Dott. De Nicola, come descriverebbe il rapporto fra il suo essere giornalista e cittadino dell’Aquila?

    Credo che fare il giornalista ed essere cittadino siano un po’ la stessa cosa. Il giornalista locale ha un osservatorio privilegiato, ma è anche soggetto alla forte tentazione di venir meno al precetto fondamentale del giornalista di mantenersi equidistante rispetto agli eventi, soprattutto della politica. Nel mio caso l’amore per la città è stato talmente grande da spingermi invece a candidarmi sindaco, con una lista civica nel 2007. Facendo tale scelta ho reso difficile la mia posizione in molti casi, per cui oggi ciò che scrivo, o il modo in cui imposto alcune questioni, può essere ritenuto strumentale. Insomma credo che essere cittadino e giornalista nella città di nascita sia un tutt’uno, ma rispetto ad alcuni anni fa sono meno categorico e più consapevole che l’amore per la propria città deve essere tenuto sotto controllo se si fa la mia professione.

    Come si concretizza il suo impegno nell’ambito associativo aquilano e che relazione questo ha con la sua professione giornalistica?

    L’impegno associativo è sicuramente conciliabile con il giornalismo. Il mio impegno in quest’ambito è totale, faccio parte delle associazioni Jemo ‘nnanzi, Amici di San Basilio, Fai, Lions Club, Circolo aquilano, Cai, coordino il Festival della Maldicenza di Sant’Agnese e mi sono occupato della Processione del Venerdì Santo e della Perdonanza Celestiniana. Dopo il sisma mi sono reso conto che con il giornalismo, per motivi soggettivi e oggettivi, non avrei potuto essere incisivo quanto desideravo e ho ritenuto che, essendo giornalista, l’associazionismo fosse la migliore risposta civica in cui profondere le mie energie. Con l’associazione Jemo ‘nnanzi abbiamo potuto fare tantissime cose nella dimensione della solidarietà e per la sensibilizzazione alla situazione aquilana, riuscendo per esempio a far parlare Papa Francesco dell’Aquila e facendogli pronunciare in dialetto “Jemo ‘nnanzi”. E’ stato un esempio di ciò che un gruppo di amici e cittadini possono realizzare per la città facendo la propria parte in modo disinteressato. E’ di fondamentale importanza che tutti insieme, nonostante le differenze politiche e le diverse vedute, collaboriamo per la ricostruzione della città, soprattutto quella morale.

    Considerando che sono passati nove anni dal terremoto del 6 aprile, quale valore attribuisce all’aggregazione sociale nella ripresa della città? E’ stato fatto abbastanza?

    L’aggregazione sociale è decisiva. Il nostro centro storico era non solo il motore economico della città, con le sue circa 1.500 attività commerciali, ma anche il motore sociale e psicologico. Era infatti un’acropoli in cui tutti si potevano ritrovare, c’era la certezza di incontrarsi sotto i portici senza la necessità dei social. Quel sistema sembrava allora antiquato e ripetitivo, mentre oggi chi lo ha vissuto sente un grande vuoto. L’aggregazione diventa quindi la colonna portante su cui ricostruire il tessuto sociale, che è necessario per far rinascere la città. Il centro, luogo tradizionale di aggregazione, con i suoi edifici storici, a nove anni dal terremoto, è lontano dal tornare come era prima del 6 aprile. A maggior ragione il mio impegno nell’associazionismo è tutto rivolto al sociale, proprio perché ritengo che questo sia il punto fondamentale da cui partire.

    Come giudica la attuale situazione giovanile a L’Aquila? Cosa si potrebbe fare per favorire l’interesse dei giovani a vivere la città? Crede che siano state fatte scelte adeguate in merito?

    Assolutamente non abbastanza. Noi abbiamo due grandi bottiglie nell’oceano: gli anziani e i giovani. Gli anziani non hanno purtroppo la speranza di tornare a vedere la propria città, vivono piccole sacche di aggregazione sociale, che ricordano, in qualche modo, la vita prima del 6 aprile.  Poi ci sono i giovani, la maggior parte dei quali non ha conosciuto la città “precedente”. Per loro questa città ha pochissimi luoghi di aggregazione. Si è ritenuto, erroneamente, che tutto si potesse risolvere favorendo l’apertura di locali di quasi esclusiva vendita di alcolici in centro storico, deviando peraltro quest’ultimo dalla sua destinazione naturale e da quella che dovrà essere la sua vita futura. Non ci sono, inoltre, sufficienti strutture per lo sport, altro ambito che svolge un ruolo importantissimo nel processo di aggregazione sociale.

    Non è stato fatto tutto quello che si poteva fare per i giovani: ciò evidenzia la mancanza di un progetto complessivo. Si vuole fare una città a misura di giovani? Ogni risposta è legittima, ma è necessario scegliere, perché le valutazioni programmatiche che si fanno oggi avranno effetti sul nostro futuro. L’Aquila aveva lo status di “città universitaria” e l’unico modo per rilanciarlo è fornire agli studenti servizi, cultura, luoghi di inclusione e di svago…

    Purtroppo non vedo l’attenzione necessaria nei confronti dei giovani, fatta eccezione per alcune iniziative estemporanee che, nel complesso, non hanno seguito.

    Per favorire la rinascita del centro storico la Regione ha finanziato il progetto “Fare Centro” che incentiva le attività commerciali nel cuore della città. Crede che progetti di questo tipo possano essere decisivi?

    “Fare Centro” è un’ottima possibilità che, però, deve essere gestita in maniera oculata, cosa non facile data la differenza di vedute e di colore delle amministrazioni regionale e comunale.

    È necessario lasciare da parte le bandiere e lavorare insieme verso un unico obiettivo. 

    L’Aquila è il cantiere edile più grande d’Europa. Come è possibile che sia comunque in crisi il settore edile a livello locale?

    Le piccole ditte locali, a differenza delle grandi e solide imprese, non hanno la possibilità di sostenere i costi dei lavori anticipatamente poichè i pagamenti avvengono spesso con grandi ritardi.

    Si è scelta la strada del meccanismo economico, adottando tutte quelle che sono le sue “regole”: se non reggi il mercato, sei fuori dal mercato.

    È ovvio, inoltre, che il cantiere più grande d’Europa ha generato gli appetiti non sempre limpidi di una malavita organizzata, rappresentata da una managerialità astuta.

    Una grande occasione potrebbe essere rappresentata dalla “Legge del 2%” per le opere culturali pubbliche”, la quale è stata applicata con successo al Palazzo dell’Emiciclo e che potrebbe garantire il consolidamento del patrimonio artistico anche in altri casi.

    Che cosa c’è ancora da fare e soprattutto che cosa possiamo fare noi giovani?

    Che fare?” è stato il manifesto culturale e di vita di Ignazio Silone, il quale notava come grandi catastrofi di questo tipo non fanno altro che allargare la forbice sociale tra ricchi e poveri.

    È una domanda difficile perché si tratta di un evento ciclopico. Per la prima volta un intero capoluogo di regione viene completamente distrutto.

    Tuttavia, e questo lo dico con il massimo rispetto per le 309 vittime, potrebbe essere una grande occasione per segnare una nuova vittoria contro il terremoto, tutti determinati a restare in una area fortemente sismica, per strutturare una città nuova, moderna, per una nuova era. Se si parla di modernità, non possiamo non fare riferimento ai giovani. Si deve puntare sui giovani, confrontandosi con la loro mentalità e facendoli diventare protagonisti della ricostruzione, materiale e sociale.

    I giovani, dal canto loro, devono trovare delle strade per far sentire la propria voce. Hanno sicuramente i mezzi per farlo. Penso, ad esempio, ai social, che, se usati nel modo corretto, possono facilitare il diffondersi di una mentalità rinnovata.

    Altro elemento fondamentale è la scuola che, nonostante la difficile situazione in cui versa, resta uno dei punti di riferimento fondamentali della vita giovanile. Il giornale d’Istituto “Bafile Aula 56” è una bella risposta al problema di coinvolgere i giovani rendendoli protagonisti, ed è uno degli esempi più positivi di quello che si può fare.

     

    Lei svolge il ruolo di coach del laboratorio di scrittura giornalistica in corso nella nostra redazione. Che cosa le ha fatto scegliere di dare il suo contributo di insegnamento al nostro Giornale?

    Ogni adulto ed ogni professionista trasmette il proprio sapere alle generazioni che lo succedono. Io vi trovo la stessa gratificazione, a livello relazionale e civico, che nell’attività associazionistica. Un reciproco dare e avere che arricchisce.

     

    Elena Iovannitti, Giorgio Spagnoli

    di Redazione I.I.S. Bafile-Muzi


    Parole chiave:

    6 aprile 2009 , centro , sisma

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