Henri Cartier-Bresson. Il padre del fotogiornalismo - “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”
 
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    I.I.S. Bafile-Muzi Attualità 07/04/2018 07/04

    Henri Cartier-Bresson. Il padre del fotogiornalismo

    “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”

    Quest’uomo ha cambiato la maniera di osservare la realtà e pensare la fotografia. E’ considerato il padre del fotogiornalismo e del reportage. Non pone mai i suoi soggetti in posa, secondo la teoria dell’istante decisivo:       

    “Il fotografo deve poter cogliere la vita di sorpresa e le immagini dovranno fermare i momenti in tanti flagranti delitti.”  (H. Cartier-Bresson)

     

    Nasce il 22 agosto 1908 nei pressi di Parigi dove frequenta il liceo, che interrompe per la pittura surrealista. Solo nel 1931 scopre il suo vero talento e, impugnata la Leica 1, vi dedica la vita intera.

    Nel 1940, in piena seconda guerra mondiale, viene imprigionato dai tedeschi, ma anche sotto il regime continua a rubare attimi della vita quotidiana. Nel 1943 evade, dopo due tentativi, e prende parte alla Resistenza francese.

    Nel 1946 si trasferisce negli USA, dove il MoMA gli sta dedicando una mostra “postuma”, pensando, erroneamente, che fosse disperso in Europa a causa del conflitto.

    Nel 1947, in collaborazione con altri illustri fotografi, fonda l’agenzia Magnum Photos, dove solo i fotografi sono proprietari dei propri scatti e decidono in piena indipendenza cosa fotografare e dove. Henry Cartier Bresson sceglie l’Oriente e dal 1948 viaggia in India, Cina, Birmania, Indonesia, Giappone. Il suo interesse antropologico lo porta a Scanno, in Abruzzo. Ma è anche per molto tempo l’unico fotografo a poter penetrare in URSS durante la Guerra Fredda.

     

    Il principio fondamentale della concezione reportagistica di Cartier-Bresson è “cogliere nell’istante l’aspetto significativo dell’evento”. Il fotografo partecipa con il proprio gesto fotografico ed è coinvolto esistenzialmente. Questo principio influisce molto sulla storia della fotografia, fino alle estreme esperienze di Robert Capa e Seymour che hanno perso la vita su scenari di guerra: l’azione, il gesto fotografico rivela la realtà, ma anche la subisce in un tragico destino.

    Il reportage diventa genere di riferimento nello stesso periodo in cui si impone l’Informale in pittura. L'artista informale è calato nella materia, non aspira ad elevazioni, il suo elemento è l'azione, la prassi, la corporeità, la partecipazione esistenziale. Nella fotografia degli stessi anni la partecipazione è facilitata dai nuovi strumenti fotografici, sono del 1923 le primissime Leica, leggere, veloci, non ingombranti.
    Molti avvicinano le poetiche informali al reportage soprattutto bressoniano. Effettivamente Henri Cartier-Bresson ben si cala nella realtà viva grazie alla sua presenza discreta, riscontrabile sia nella ripresa dell'evento, sia nell'immagine stampata che, pur essendo in bianco e nero, mantiene toni naturali, non esasperati. Al contrario spesso proprio la presenza del fotografo e dei mass media aumentano l’efferatezza delle situazioni e delle scene di violenza. La strumentalizzazione di un fatto a fini propagandistici è un problema etico che il fotogiornalismo è riuscito ad arginare solo in quei casi in cui si è adottata la formula candid di Cartier-Bresson. 
    Bresson pur avendo grande eleganza formale, privilegia l'approccio documentaristico; un documento istantaneo, istintivo, non analitico, sintesi di una situazione colta velocemente nel suo divenire. Una percezione umana colta dall'occhio nel momento irripetibile in cui un evento si manifesta. La noncuranza per l'aspetto meramente formale si manifesta anche nella stampa integrale del negativo senza tagli o manipolazioni; stampa peraltro delegata a terzi. Inoltre Cartier-Bresson non esita all'occorrenza ad utilizzare immagini mosse o sfocate, purché siano evocative dell'esistenza.
    L'ossessione per la vita, così come la registra l’ "occhio", si palesa anche nella scelta degli obiettivi, volutamente "naturali", simili alla percezione visiva umana (35 e 50 mm), obiettivi che data la corta focale rendono necessaria la presenza nell'evento contrariamente alla contemplazione distaccata possibile con un teleobiettivo. Quindi l'eleganza formale, più che derivare da una messa in posa, da un manifestarsi della presenza manuale dell'autore, si rivela come conseguenza diretta della realtà colta nel suo attimo epifanico, significante esistenzialmente grazie alla presenza e al coinvolgimento del fotografo. Insomma secondo Bresson per significare il mondo, è necessario sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino.

    Il 3 agosto 2004, senza clamore, muore nella sua casa di campagna, in Provenza, a 95 anni.

    Carlo Esposito

    di Redazione I.I.S. Bafile-Muzi


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