Dj Arm: la musica elettronica - Dalla Band alla Crew
 
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I.I.S. Bafile-Muzi Interviste 29/05/2018 29/05

Dj Arm: la musica elettronica

Dalla Band alla Crew

Il Reportage sulle Band del Liceo Bafile-Muzi ci porta fino a Dj Arm, che non fa parte di una Band. È un musicista singolo che fa parte di una Crew, un insieme di artisti di strada che sceglie di collaborare in situazioni e con persone sempre nuove. Rappresenta un altro aspetto dell’ambiente Underground che il Reportage sulle Band del Bafile-Muzi sta facendo emergere.

 

Tiberio, conosciuto in arte con il nome di Dj Arm, frequenta il Liceo Artistico F.Muzi e compone musica elettronica in post-production, lavorando prevalentemente sulle basi a stretto contatto con musicisti che lavorano sui testi. Noi della redazione abbiamo avuto l’opportunità di parlare un po' con lui e di fargli qualche domanda sulla sua musica. Fin dall’inizio dell’intervista l’atmosfera che si respira è travolgente, in Tiberio troviamo un ragazzo aperto, molto educato, con una enorme voglia di fare e di continuare nel suo percorso per migliorare giorno dopo giorno. È sicuramente curioso, meglio sarebbe usare l’espressione “ha fame di conoscenza”, lui stesso ci dichiara che gli interessa più stare dentro lo studio di registrazione, dove ha la possibilità di studiare e sperimentare melodie diverse, che fare live. Non gli interessa molto “apparire”, preferisce che vada avanti la sua musica piuttosto che la sua persona. Questo spiega anche la sua scelta di non fare la intervista video.

-Perché ti chiami Dj Arm?

Fondamentalmente perché uso il braccio per lavorare, in particolare la destra, quando uso il mouse per comporre musica elettronica in postproduzione.

-Puoi esporci la strategia che utilizzi per fare musica?

Così come per l’arte, è prioritaria la conoscenza della musica in generale, quindi ascolto molta musica, rifletto, studio. Per comporre mi ispiro a qualcosa: un colore, uno sguardo, una emozione. Poi tanta dedizione, tanta passione, e attenzione alla logica interna delle cose. Nel comporre la musica parto da un’idea, anche quando sono in giro con amici, ad esempio, potrei essere ispirato da qualcosa, quando torno a casa la metto in pratica. Comincio da una base e dalle parti di percussione, poi la arricchisco con suoni elettronici, dando sempre più consistenza e forma al pezzo. Faccio post-produzione: da un pezzo orecchiato creo qualcosa di nuovo.

Che genere fai?

Spazio fra tutti i generi, hip hop, swing, blues, rock, rep, e usando tutte queste sfumature tiro fuori il mio “noise”. Seguo i miei gusti e la mia logica compositiva, senza rispettare mode, andando anche controcorrente. Preferisco essere scomodo, come era l’Hip Hop alle origini, una tecnica di improvvisazione di strada che aveva una fondamentale funzione di denuncia sociale. Io la conservo pur facendo “Trap”, che invece fa prevalere l’aspetto musicale sui contenuti. Nella oldschool il cantante non rispettava la base. Mentre nella Trap è fondamentale intonare sulla base. Io integro i due generi, conservando il valore della denuncia sociale.

-Fai il Dj nei locali? Da quanto tempo suoni e pubblichi su YouTube?

Come Dj non ”metto” musica, ma soprattutto propongo musica mia, il prodotto finito. Suono più nei Centri sociali che nei locali. Suono da tre anni, compongo da cinque.

-Com’è iniziata la tua passione per la musica?

Diciamo che ho provato ad avere più approcci iniziando a suonare la chitarra e il pianoforte, solo che non era ciò che cercavo. Quello che volevo era fare tutto, dunque la musica elettronica era la soluzione perché si fa tutto con un solo strumento, il computer.

-Dunque non fai parte di una Band?

Diciamo che faccio parte di una Crew, un insieme variabile di persone. Una band è fine a sé stessa, mentre quello che piace a me è proprio collaborare, cioè avere un ventaglio di persone con cui mettere in pratica progetti diversi.

-Ti riconosci nella “musica underground”? Se si, cos’è per te?

Si assolutamente. Per me la musica non è una fonte di arricchimento economico, è passione, è arte. Non cerco il mercato né la fama sui social. Preferisco stare nell’ombra e fare una ricerca di qualità, nel mio piccolo. Per me fare “musica underground” significa essere reali, nel senso di essere coerenti con la propria musica. Spesso la coerenza manca, come ad esempio nel caso di chi parla di anarchia e poi va in giro con i gioielli.

-Stai producendo dei dischi, come?

Si, sto lavorando a più dischi. Per quanto riguarda la produzione io faccio la base, cioè la parte musicale, permettendo poi agli artisti con cui collaboro, alcuni dei quali sono anche conosciuti e professionisti, di cantarci su in sala di registrazione. Ad esempio nell’ultimo disco di Keso ho creato la base di una delle venti tracce.

-Parlaci un po’ delle modalità che utilizzi per fare dischi con altri artisti.

Diciamo che facendo molte serate, piano piano, ho visto che con alcune persone si è creato un certo feeling, con quelle poi ho iniziato a collaborare. Prima del lavoro si è creata l’amicizia. Personalmente non lavoro con persone che non conosco. Nel momento in cui faccio una base penso a loro, e loro fanno lo stesso lasciandosi suggestionare dalla mia musica nel comporre i testi. Le persone con cui collaboro ora sono: Kipa, un ragazzo di San Benedetto con cui abbiamo prodotto vari pezzi,Carlito, Red, Reppae Waky, di Rieti, ed infine CAIO, di Terni, con cui attualmente sto producendo un disco.

-Cos’è che ti guida a livello emotivo nel creare musica?

Spesso come vivo la giornata, come mi sento. Comporre è un modo per sfogarmi. Quando sto male, ad esempio, faccio qualcosa di più “arrabbiato” per esprimere il malessere che ho dentro, quando invece sono felice o magari ironico compongo musiche blues o swing. La mia musica è condizionata da come mi sento, da chi mi sta accanto e da quello che vivo. Ma a volte ad ispirarmi è anche, magari, la frase di un poeta. È bello associare una parola ad un’immagine e trarne musica. È anche ciò che fa chi poi ascolta.

-Che consiglio daresti a un giovane musicista aquilano?

Bisogna innanzitutto fare le cose “come si deve”, nel senso che è talmente difficile emergere come musicisti che vale la pena di puntare alla soddisfazione personale e quindi alla qualità, e puntare a formulare i messaggi a cui si dà veramente importanza. Dunque, se qualcuno volesse iniziare, prima di farlo deve pensarci bene. Fatelo per passione, non per soldi!

-Qui a scuola cosa ti dicono riguardo la tua musica? Tisupportano?

In realtà si, però stranamente il riscontro positivo ce l’ho più fuori L’Aquila. Questa cosa mi ha fatto capire che mi conviene di più lavorare con gente che viene da fuori. Nella mia città trovo una mentalità molto chiusa e un riscontro minimo. Mentre altrove ho scoperto di essere conosciuto, per esempio a San Benedetto.

-Parlaci della tua collaborazione con Kipa.

Ha scritto un pezzo per partecipare ad un contest, uno di quegli eventi in cui chi vince si porta a casa il premio. Aveva una strofa e mi ha chiesto di farci una base. L’abbiamo intitolata “Autoscopia”, come se fosse una lettura di noi stessi in terza persona

-Fra i brani che hai pubblicato su youtube “Inside Rap” è l’unico che ha un testo, ce ne parli? 

Inizialmente ho creato la base, per il testo, riflettendo, ho capito che una parte rap non sarebbe andata bene e ho quindi deciso di usare una parte parlata del film “Inside Man” riadattandola alla base. Lo vedevo come un metodo sperimentale di fare musica, integrandola con il “cinema”. Ed ho scelto questo testo tratto da “Inside Man” perché mi rappresenta in pieno, soprattutto dal punto di vista della mentalità. È il dialogo fra il poliziotto e il rapinatore assassino, due mentalità contrapposte che cercano un punto di incontro. Mi piace l’umanizzazione del cattivo. È importante non giudicare nulla dalle apparenze, o un libro dalla copertina, ma andare a fondo di ciò che ci interessa. https://youtu.be/ol-0NtQ_3Iw

-Ci parli del tuo Remix trap di Simon Says dei PharoaheMonch?

L’ho fatto con SICK FURETTO. È il remix fedele di un famosissimo pezzo. Rispetto l’originale integralmente, è il presupposto per rispettare il remixaggio. CAIO ci ha adattato il testo.

-Quale è fra i tuoi pezzi quello che prediligi?

“Dove muore l’ibisco” di Kahiro, Grabe, Franchetti. Adoravo la base e ho voluto rifarla identica, avendo prima avuto il loro permesso. È un tributo all’originale che ho voluto rifare più uguale possibile. Il testo, che io ho tolto, e la musica hanno un sacco di significati: noi esseri umani dobbiamo vivere con la consapevolezza del morire e rinascere ogni giorno. Si pensi alla metafora della notte e del mattino. L’una implica l’altro. Dobbiamo accettare la morte altrimenti la paura ci porta alla fuga, per esempio a dare importanza ai soldi e alle cose inautentiche.

-Tu dici che è molto difficile emergere come musicista e come artista in generale, cosa speri di fare nel tuo futuro?

Ambisco ad aprire uno studio di registrazione, oltre che continuare a produrre e fare dischi. Vorrei che la gente venisse da me a registrare ma anche a fare una chiacchierata, che ci fosse un rapporto prima umano che professionale, come nelle antiche botteghe artigiane. Ma prima vorrei studiare l’elettronica, magari da autodidatta, anche sconfinando nella fonica, per applicarla poi al lavoro di teatro e cinema, o capire come agisce la “frequenza” musicale sulla mente dell’ascoltatore. Mi interessa capire “come” arriva l’opera più che l’artista. E mi piace lavorare dietro le quinte.

 

Grazie mille, è stato bello conoscerti un po’ più a fondo. La Redazione ti augura il meglio. 

 

Angelica Petrucciani, Gaia Graziani

di Redazione I.I.S. Bafile-Muzi


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